Cosa ci dicono i dati soggettivi?

Quanto sono importanti i dati soggettivi?

Ultimamente ci siamo soffermati sulle questioni metodologiche e abbiamo riflettuto insieme su cosa ci raccontano i dati e più in generale su cosa significhi fare (e quali implicazioni ha) un’analisi basata sui dati.

Oggi continuiamo a raccogliere i numerosi spunti provenienti dalla 14esima edizione della Conferenza Nazionale di statistica e parliamo della natura dei dati.

Dati oggettivi vs. dati soggettivi

I dati oggettivi sono quei dati che esistono indipendentemente dall’osservatore, ossia sono osservabili anche da altri. Il dato soggettivo invece dipende strettamente dall’osservatore e non è interosservabile.

Il dato soggettivo è quello attraverso il quale esprimiamo un giudizio, ad esempio se un certo libro ci è piaciuto o meno. Oppure sono quei dati che ci produciamo quando esprimiamo una nostra percezione.

Sono due categorie di dati utilissime, e come ci racconta il Prof. Becchetti dell’ Università di Roma Tor Vergata, sono entrambi utili al fine di conoscere un fenomeno.

Il dato soggettivo è ovviamente soggetto ad un bias, ossia è un dato relativo. La percezione che abbiamo  e quindi il dato che produciamo appartiene soltanto a noi, non sta raccontando un fenomeno in maniera oggettiva.

(Ma non abbiamo detto che nemmeno i dati oggettivi sono veramente oggettivi?)

Tuttavia, utilizzare i dati soggettivi ci permette di cogliere delle conseguenze reali di aspetti oggettivi, sono delle vere e proprie sentinelle.

Unire quindi dati oggettivi a percezioni individuali arricchisce indubbiamente la sfera con cui guardiamo ad un fenomeno.

Ma quanto è distante la percezione pubblica dalla realtà?

Secondo uno studio IPSOS del 2014, l’Italia è il paese che mostra maggiore distanza, tra i 14 paesi oggetto dello studio, tra la realtà dei fenomeni e la loro percezione.

Un esempio?

Guardiamo alla distanza tra disoccupazione reale e dato percepito. Gli italiani intervistati hanno risposto (in media) che il tasso di disoccupazione fosse al 40%. Il dato reale? Circa 4 volte più basso.

Questa discrepanza non è spuria da conseguenze, ma ha a che vedere con come gli italiani percepiscono il paese.

Questo aspetto è cruciale e ci ricorda quanto i policy-makers debbano tenere conto anche degli indicatori soggettivi per prendere delle decisioni, per informare e soprattutto per dare la giusta visibilità ai dati oggettivi.

Tornando dunque all’esempio della disoccupazione, sarebbe opportuno che le persone vengano informate correttamente sul dato oggettivo in quanto al momento hanno una percezione “sbagliata” della realtà.

Non significa che i dati soggettivi non abbiamo valore, anzi in questo caso ci restituiscono l’idea degli aspetti mancanti della comunicazione pubblica.

Qualche riflessione finale

Dati oggettivi e dati soggettivi sono due facce della stessa medaglia. Completano le informazioni e contribuiscono a mettere in luce  degli aspetti che soltanto guardando ad una tipologia di dato ci perderemmo.

Sono entrambi cruciali.

Tuttavia, è fondamentale tenere a mente che il dato oggettivo, quantomeno per la descrizione di alcuni fenomeni, può funzionare da guida.

La statistica ufficiale ha dunque un ruolo centrale nel dibattito e nella comunicazione pubblica, nel fornirci sia i dati oggettivi che quelli soggettivi, e soprattutto nel porsi delle domande sul perché in alcune occasioni esiste una forte discrepanza tra questi due.

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Redazione 17 Dicembre 2021 0 Comments